mercoledì 6 aprile 2016

VICTOR - LA STORIA SEGRETA DEL DOTTOR FRANKENSTEIN, recensione in anteprima di un film che non è un horror, non è un thriller, non è un dramma, non è una commedia... non si sa cos'è

Dopo aver visto reboot, remake, rewamp e sequel ormai di qualunque idea sia passata per il cinema, non stupisce affatto vedere per l’ennesima volta una reinterpretazione della storia di Frankenstein, del tanto sfruttato romanzo di Mary Shelley.

Se a prima vista questa strana riproposizione sembra ricordare l’opera di reinvenzione fatta su Sherlock Holmes con i film di Guy Ritchie interpretati da Robert Downey Jr., Victor- La storia segreta del Dottor Frankenstein di fatto perde dopo pochi minuti la verve innovativa e fantasiosa abbandonandosi in una trita riproposizione dei soliti temi “alla Frankenstein” senza nemmeno approfondirli.

Pur non essendo un film horror (le scene gore o splatter sono praticamente inesistenti), la storia è sempre la stessa: uno scienziato ossessionato dall’idea di ridare la vita ai corpi morti, un assistente che lo venera, il popolo (o parte di esso) che non capisce e lo vuole fermare, un mostro incontrollabile. La novità dovrebbe però risiedere nel punto di vista da cui tutto questo viene osservato, e cioè quello dell’assistente, il gobbo Igor (che poi tanto gobbo non è), che dovrebbe essere, almeno nelle intenzioni di Max Landis (che ha scritto questo film), il contrappeso al genio folle del Dottor Frankenstein. Purtroppo questo punto di vista privilegiato smette subito di essere tale, lasciando il posto all'ingombrante personalità del Dottor Frankenstein che, a buon ragione, detiene il titolo del film.

C’è da chiedersi quale sia la vera chiave di lettura di questa pellicola, perché nemmeno il mito prometeico viene preso in seria considerazione, non c’è approfondimento morale, non c’è pathos, ci sono però tutta una serie di scene semi avventurose, piegate alla dinamicità esplosiva de tempi d’oggi, che mal si combinano tra loro e molto stonano nell'ambientazione da metà '800 del film.

Altra nota dolente sono gli attori, a partire da un Daniel Radcliffe nei panni di Igor, che passa in un incredibile battito di ciglia da pagliaccio deforme del circo a genio della medicina, ritto, privo di gobba e bello (come questa trasformazione fisica avvenga ve lo lascio scoprire guardando il film), assurgendo dal ruolo di assistente a quello di quasi-collega del Dottor Frankenstein.
Ancor meno convincente è James McAvoy nei panni del genio incompreso. Qui decisamente dalle fattezze troppo giovani e dal comportamento troppo isterico, quasi macchiettistico, riesce a diventare antipatico nonostante (o forse anche "a causa") le trovate comiche che la sceneggiatura gli affibbia (casca in ingenui tranelli dialettici dell’Ispettore di Polizia, si sposta da una scena all’altra incurante delle distanze; parodistica la scena in cui passa in un batter d’occhio dal fondo di un salone alla balaustra di un piano rialzato). Senza pensare a tutti gli altri personaggi che appaiono quasi come comparse, tutti esasperati e stereotipati.

Un mix di idee e soluzioni indigeribili che fanno uscire dalla sala ripetendo più volte a gran voce “Ma perché? Perché fare un film così?”

Massimiliano Martini

LE NOTIZIE PIU' LETTE DELL'ULTIMO MESE