mercoledì 25 maggio 2016

Recensione in anteprima di PELE', un biopic coraggioso che emoziona con semplicità

Pelè, il film, è un coraggioso biopic "ristretto", dedicato a soli otto anni della vita del campione.
La lettura che ne danno i due registi Jeff e Michael Zimbalist è qualcosa di molto vicino al fumetto, una rappresentazione divertita, a tratti poetica e musicale dello spirito del calcio incarnato nella Ginga, quel particolare modo di giocare che solo i brasiliani sanno fare.

Nato con il nome Edson Arantes Do Nascimento, Pelè (è un soprannome che gli viene affibbiato per schernirlo), cresce nel povero villaggio brasiliano di Bauru, dove l'unico divertimento è giocare a calcio a piedi nudi con una palla fatta di calzini umidi.
Un giorno il bambino Pelè, all'età di otto anni, accompagna la madre a fare le faccende domestiche in una casa benestante, dove per caso sente parlare il figlio dei proprietari con i suoi amici a proposito di un torneo giovanile di calcio e della presenza di un famoso osservatore.
Pelè convince i suoi amici a iscriversi al torneo e incredibilmente porta la squadra sino alla finale. Proprio in quell'ultima partita, grazie alle incredibili capacità calcistico-acrobatiche e al suo stile (la Ginga) viene notato da un'importante selezionatore di talenti.
Passano gli anni e, nonostante l'avversione della madre, Pelè coltiva in segreto la sua passione per il calcio, fino a quando anche la donna cede e lo mette in contatto con il selezionatore che l'aveva notato. Sono passati sette anni.
Inquadrato tra i ranghi del Santos FC, una squadra di prestigio, Pelé gioca prima nelle giovanili, poi nelle riserve per approdare infine in prima squadra. La sua particolare Ginga è motivo di forte contrasto con l’allenatore, ma quando il calciatore si dimostra l’elemento decisivo in diverse vittorie, i due non hanno più nulla di cui discutere.
All’età di 16 anni Pelè viene convocato in nazionale per i mondiali del 1958. Qui deve guadagnarsi un posto da titolare entrando in competizione con un altro fenomeno del calcio: il suo rivale sin dall'infanzia José Altafini.
Obbligato a giocare secondo gli schemi europei e a non esprimersi con la Ginga, Pelè stenta a integrarsi e a produrre risultati apprezzabili, ma quando José subisce un infortunio e tutto sembra ormai perso per la squadra del Brasile, Pelè lo sostituisce e lì si scatena la sua vera natura da campione. Il Brasile riesce, con non pochi problemi, a superare l’URSS e ad arrivare allo scontro con la Francia in semifinale.     
Durante l’intervallo, con la partita in parità, José rivela a Pelè di non essersi fatto male, ma di essersi volontariamente fatto da parte per permettere a lui di giocare, avendo finalmente capito che la squadra brasiliana deve essere fiera di ciò che è e abbracciare la Ginga come stile di gioco.
Nonostante le schiaccianti probabilità a loro sfavore, il Brasile si raccoglie tutto dietro a Pelè e allo stile della Ginga, battendo la favorita Svezia in un match sbalorditivo.

Tutto il film, in fin dei conti, rappresenta la lotta di Pelè per affermare il suo gioco in stile Ginga e, implicitamente per riaffermare lo spirito d'identità di un popolo, perso dopo l'amara sconfitta ai campionati mondiali di calcio del 1950.
Eppure non mancano i momenti tipici della narrazione cinematografica, e non saprei dirvi se sono coerenti con la verità storica. C'è la nascita del mito, la crescita personale, il momento di crisi e la successiva rivalsa e consacrazione. Ci sono gli avversari della giovane età, che poi diventano amici, c'e l'orgoglio della famiglia e quello di una nazione intera, c'è il pathos e la tensione e c'è la lacrima di gioia alla fine.

Pelè costruisce una storia, forse esteticamente e filologicamente non perfetta, ma sicuramente godibile anche per chi, come me, non ha vissuto gli anni del grande calciaatore, ma ne ha sempre sentito parlare con emozione.

Massimiliano Martini
 
Pelè è al cinema dal 26 maggio.

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