martedì 28 giugno 2016

Recensione in anteprima di IL DIRITTO DI UCCIDERE, thriller "da camera" tra guerra e politica

Ci sono film che, pur nella loro minimale identità, riescono a essere un perfetto meccanismo narrativo. Il diritto di uccidere è uno di questi. Realizzato in pochissimi ambienti, praticamente tutti al chiuso, e appoggiato sulle spalle di due attori inarrivabili, il lungometraggio scava nell'animo umano affrontando l'attuale tema della guerra distanza, combattuta coi droni e completamente disumanizzata.

La storia è quanto mai lineare e pressoché statica, eppure riesce a tenere gli spettatori incollati alla poltrona dall'inizio alla fine; perfino sui titoli di coda. L'esercito britannico ha rintracciato tre terroristi in cima alla lista dei ricercati; si trovano tutti nella stessa abitazione in un borgo popolare di Nairobi dove si stanno preparando per sferrare un attacco suicida a chissà quale affollato luogo. E' l'occasione giusta per eliminarli in un sol colpo e per sventare un attacco terroristico. Per farlo il Colonnello Powell (Helen Mirren) si avvale di un drone americano.


A mettersi in mezzo sono però le autorità politiche inglesi, riunite in una sala della guerra sotto l'occhio vigile del Generale Benson (Alan Rickman).


L'attacco, teleguidato in remoto, sta per compiersi, ma a complicare le cose arriva sul luogo designato una bambina keniota, impegnata a vendere il pane che la mamma ha fatto per lei. Attaccare vorrebbe dire mettere a rischio la vita di una giovane innocente, un prezzo che i militari sarebbero pronti ad affrontare ma che i politici devono ben valutare.
In un continuo gioco di rimandi e ritardi, l'attacco rimane in sospeso a lungo, suscitando ripensamenti anche nel personale militare che pilota il drone, e solo quando la ragazzina sembra essere sufficientemente al riparo, viene dato l'ordine di procedere.

Ben orchestrato tra diversi generi di film, Il diritto di uccidere riesce a essere un thriller "da camera" e un film di guerra; ma il film è anche un political-movie, incentrato su cavilli legali e opportunità mediatiche più che sulla moralità delle azioni che i personaggi si trovano a compiere.

Gavin Hood, il regista, riesce a calibrare il poco spazio di manovra che le ambientazioni chiuse gli offrono e a valorizzare la recitazione degli attori, fatta di sguardi, pose, parole e pochissima dinamicità. Nella drammaticità dei momenti di tensione, in cui si discute di quanto effettivamente valga la vita di una singola bambina, se confrontata con almeno 80 possibili vittime di un attacco terroristico, riesce a inserire attimi di stemperamento, con un humor sottile e a tratti grottesco, messo in scena tramite le figure grette e meschine di taluni politici, più interessati a preservare il proprio successo mediatico e politico che l'integrità morale.


E proprio la morale, la scelta di cosa sia giusto o sbagliato, viene lasciata allo spettatore, con una chiusura tanto dura quanto necessaria per stimolare una riflessione che non si spenga con l'accendersi delle luci in sala.

Un ottimo film, giustamente dedicato al compianto Alan Rickman.

Massimiliano Martini

Il diritto di uccidere sarà al cinema dal 25 agosto. Qui il trailer italiano del film.

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