venerdì 30 settembre 2016

Recensione di BEN-HUR, il remake tutta estetica e poca sostanza

Diciamo la verità, non si sentiva affatto il bisogno di una nuova versione di Ben-Hur. Era più che sufficiente il grande kolossal del 1959 di William Wyler, vincitore di 11 premi Oscar, entrato di diritto nel mito.

La nuova versione diretta dal regista russo Timur Bekmambetov cerca disperatamente di adattare il classico al cinema moderno, ipercinetico, videoludico, esplosivo, leggero nei temi e molto ammiccante. Ma il risultato finale è una forte discrepanza tra l'estetica del film e il messaggio dello stesso.

Girato in un esasperato 3D, nelle cornici italiane di Matera e Cinecittà, il nuovo Ben-Hur vede nel suo cast Jack Huston (Ben-Hur), protagonista davvero poco espressivo e dal ruolo davvero insopportabile, Toby Kebell (Messala), antagonista con cui si simpatizza fin dall'inizio, e l'onnipresente Morgan Freeman (Ilderim), ormai consacrato a "vecchio saggio" di ogni pellicola.

La trama rispecchia, nonostante i tagli, le vicende già raccontate nel 1959.
Nella Gerusalemme degli anni di Cristo, Giuda Ben-Hur, un giovane nobile, passa le sue disinvolte giornate assieme all’amico e fratello adottivo Messala. Sebbene di origini differenti, il primo è Ebreo il secondo Romano, i due condividono una profonda amicizia.
Diventato comandante dell’esercito Romano, Messala, a seguito di un'aggressione a Ponzio Pilato attribuita erroneamente al fratello, sarà costretto ad arrestare la madre e la sorella di Ben-Hur, ed esiliare quest’ultimo alla schiavitù sulle galee.
Intenzionato a non arrendersi, il nobile Ebreo affronta una serie di sventure, fino ad arrivare alla desiderata vendetta sfidando il fratello in una gara con le bighe.

Il nuovo Ben-Hur non sembra voler raggiungere i livelli epici del suo predecessore. Si accontenta di stupire con gli effetti speciali, esaltando al massimo le panoramiche di Matera, le scene di prigionia nella galea romana e la corsa delle bighe, qui trasformata in una vera e propria gara alla Fast & Furios di 2000 anni fa.

La trama, specialmente nel deludente epilogo, rasenta momenti di assurdità, dipingendo in maniera del tutto superficiale i sentimenti e le dinamiche personali dei protagonisti.

Se l'intento era quello di avvicinare il grande pubblico dei giovani a un mito della cinematografia allora bisognava osare di più, svecchiando anche le tematiche religiose e avendo il coraggio di cancellare la parte mistica del film a favore di un maggior approfondimento politico e sociale dell'epoca.
 
Massimiliano Martini

Al cinema dal 29 settembre.

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