giovedì 10 novembre 2016

FAI BEI SOGNI, recensione in anteprima dell'adattamento cinematografico del libro di MASSIMO GRAMELLINI

Il tema della perdita, della morte di una persona cara non è mai facile da affrontare, ci vuole poco a cadere nella retorica o, paradossalmente nella eccessiva leggerezza. In Fai Bei Sogni Marco Bellocchio cerca di raccontare una storia vera, quella autobiografia del giornalista Massimo Gramellini, tenendosi molto bene in equilibrio tra questi due estremi.
La partenza sembra voler far precipitare tutto nel dramma, gli sguardi sperduti ma al contempo severi di Massimo da bambino, (Nicolò Cabras, davvero bravo, a volte persino inquietante), cercano di colpire al cuore, le sue domande sul perché la mamma sia "diventata un angelo" sono affilate, mettono un disagio reale, fanno temere un film pesantissimo, da nodo allo stomaco e pochi momenti in cui fiatare.


Fortunatamente i cambi di registro sono molti e il continuo alternarsi di flashback e diversi momenti della vita da adulto del protagonista, interpretato da uno smunto Valerio Mastandrea, sono spesso raccontati in maniera non sequenziale e rendono l’insieme molto dinamico, pur continuando a trattare una storia molto, ma molto intimista.

Massimo Gramellini


Massimo rincorre il sogno di una madre che lo ha lasciato fin troppo giovane, cercando di capire, non riuscendo ad accettare una realtà che fino alla fine non lo convince, comprendendo solo alla fine cosa lo tormentasse, cosa non tornasse in tutta la vicenda, aiutato da una svolta professionale inaspettata: una lettera commovente in risposta al cinico intervento di un lettore del suo giornale.


Quella lettera, lo sappiamo tutti, ha dato il via alla carriera del Gramellini che conosciamo, capace di delicatezza e cortesia ma accusato da molti di eccedere nel buonismo, una caratteristica abilmente presa in giro dallo stesso Bellocchio, che definisce il nostro, attraverso le parole del direttore del giornale "secco e incisivo, che non si perde in parole di troppo."

Ma un po’ tutto il film ricerca frecciatine e citazioni del genere, con alcuni tocchi di classe davvero riusciti, quali il giuramento a Belfagor, mito d’infanzia per tutta la generazione Gramellini, o l’apparizione della sempre bella Miriam Leone, guarda caso in una parte del film ambientata nel 1992 proprio durante la vicenda Mani Pulite, chiara strizzata d’occhio, non forzata ma anzi molto simpatica, alla fiction che ha consacrato la fama dell’attrice.
E da 1992 di Accorsi arriva anche Guido Caprino che, smessi i panni del ragazzotto lombardo ingenuo, qui diventa padre severo e altero, con portamento quasi da eroe del risorgimento e impeccabile accento piemontese, un vero trasformista considerato che l’attore è di origine siciliana.

Di tutto il film colpisce moltissimo la fotografia, fatta di toni cupi, quasi sempre in ombra e con punto di vista spesso inusuale nel momento in cui si seguono i dialoghi dei personaggi, oppure nette, nitidissime sulle inquadrature degli ambienti. Raramente mi è capitato di riscontrare una tale cura nella costruzione delle scene, soprattutto nel nostro cinema.
Alla fine ne esce un film non certo perfetto, un po’ troppo didascalico e pesante in alcuni punti, ma certe sottigliezze e il cerchio che si chiude nel finale, prevedibile ma non per questo brutto, lo rendono molto apprezzabile e moderno, nel suo genere.
Antonello Parisi

Fai bei sogni, al cinema dal 10 novembre.

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