mercoledì 11 gennaio 2017

ARRIVAL, recensione di un film che di fantascientifico ha solo il pretesto

Non esiste più la fantascienza di una volta. Dimentichiamo navi spaziali che distruggono monumenti, esseri alieni che divorano umani dall'interno, brame di conquista e mondi esotici; la fantascienza di oggi, come ha insegnato Interstellar, è introspezione e ricerca. L'alieno, come aveva insegnato già Gene Roddenberry 50 anni fa con Star Trek, non è altro che un pretesto per guardare dentro di noi.
Arrival si inserisce in un contesto intimista di questo genere, cercando lo stupore estetico "alla Spielberg" ma rimanendo fortemente ancorato all'umanità e ai suoi dilemmi.

Al centro di tutta la vicenda troviamo la linguista Louise Banks (Amy Adams), ingaggiata dal governo statunitense per interpretare il linguaggio di questi strani visitatori alieni. Tormentata da una vita segnata dal dolore della perdita di una figlia, Louise riesce a decifrare la particolare scrittura circolare di questi esseri, scoprendo il motivo della loro venuta sulla Terra e guadagnandone in cambio una visione filosofica della vita senza eguali.

Superbe sono le inquadrature, la fotografia e la recitazione (specialmente di Amy Adams); meno incisivo il ritmo del film e la giustificazione narrativa che porta gli alieni sul nostro pianeta. Efficace, invece, la parabola sull'umanità che viene mostrata sul grande schermo. Un'umanità perennemente divisa, diffidente, incline sempre più alla violenza che alla comprensione, bisognosa di un intervento esterno per riuscire a dialogare, non con l'alieno di turno, ma con le diverse fazioni di sé stessa.

In tutto questo manca l'azione, la dinamicità. Perché Arrival è scienza, e tante sono le spiegazioni scientifiche proposte al pubblico, servite tra una scena e l'altra con semplicità, messe lì in modo che sia lo spettatore a trarne le conseguenze e a capirne il senso nella totalità della storia. E solo alla fine si riesce a capire che l'unico scopo degli alieni era quello di comunicare e di trasmetterci un dono che solo la loro lingua riesce ad evocare.

E' davvero un peccato che il film non riesca a coniugare maggior dinamicità e ritmo con tutte queste intime riflessioni, ed è anche un peccato che il regista Denis Villeneuve abbia deciso di sacrificare il cinematografico "sense of wonder" a una narrazione così chiusa su sé stessa. Con un po' più di commerciale cinematograficità ne sarebbe potuto scaturire un capolavoro.

Da vedere una volta sola.

Massimiliano Martini

Al cinema dal 19 gennaio.

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