lunedì 16 gennaio 2017

SEGANTINI, RITORNO ALLA NATURA, recensione del docufilm dedicato al pittore GIOVANNI SEGANTINI

Solo lunedì 17 e martedì 18 gennaio, per il ciclo Grande Arte al Cinema, potremo scoprire uno dei più grandi artisti della fine dell’ottocento: Giovanni Segantini.

Se vi piace l’arte visiva, se amate i paesaggi alpini e volete conoscere un poco della storia di questo interessante pittore dell’800 che ha fatto innamorare delle sue opere molti dei maggiori artisti suoi contemporanei, non potete perdere questo film.

Definito da molti un eccentrico e un orso di montagna, grazie a questo docu-film, possiamo scoprire molti aspetti fino ad ora poco conosciuti di Segantini. Non solo il profilo di grande pittore, ma anche e soprattutto, una persona che è riuscita a trovare una sua strada, a crescere, malgrado la vita sia stata inclemente con lui sin dalla tenera età. Ad appena 5 anni si ritrovò orfano di madre, a dover lasciare la casetta natia ad Arco di Trento, in quella che all’epoca era ancora parte del territorio Austriaco, finendo peraltro da giovane a vivere per diversi anni in riformatorio, finché la sorella di primo letto non riuscì a portarlo a Milano. Questo ed altri cambiamenti ne fecero un apolide, privandolo del diritto a poter rivendicare una nazionalità specifica, problema che visse con amarezza per tutta la vita, considerando che a quell’epoca nessuno stato avrebbe gradito venir associato ad un giovane senza istruzione né aspettativa di vita.

Il film ci permette di seguire, e in alcuni momenti quasi di vivere, i luoghi ed le emozioni che lo spinsero a viaggiare poco, ma a conoscere tantissimo, soprattutto dei suoi amati luoghi montani. La voce della nipote Gioconda Segantini e di Annie-Paul Quinsac (la più valida esperta dell’arte di Segantini) riescono a raccontare quei particolari ricordi e retroscena che l’interpretazione del buon Filippo Timì non può riportare sullo schermo, essendo legati più alla famiglia, piuttosto che le memorie scritte dall’autore nei suoi diari.
A far da contorno, ma allo stesso tempo da filo conduttore, oltre alle tantissime immagini di repertorio, che ci mostrano il passar degli anni e la maturità di un uomo molto sensibile, seppur di carattere piuttosto schivo, possiamo ammirare alcune delle maggiori opere che il regista Francesco Fei è riuscito a rintracciare sia grazie alla impressionante manifestazione di due anni fa a Milano, sia con l’ausilio di diverse persone che hanno messo a disposizione i tesori di Segantini che fanno parte delle loro raccolte personali.



Definito spesso il più grande paesaggista dell’800, in realtà Segantini ha saputo descrivere nelle sue opere, non solo i magnifici panorami che ha visto, ma è anche riuscito a dare una fisicità, una incredibile tridimensionalità e poesia visiva alle numerose figure umane, dove si possono, molto spesso, identificare due delle donne più importanti della sua vita: la moglie Bice Bugatti che ha posato come modella per il quadro La Falconiera (1880) e Barbara Ufe, chiamata Baba, la ragazzina di quattordici anni che, durante il periodo vissuto nelle Alpi Grigionesi, diventa la bambinaia per Segantini e che ne diventerà a tutti gli effetti la modella prediletta, riconoscibile in quasi tutti i suoi lavori successivi, come ad esempio “L’Angelo della Vita”, oppure “Le Cattive Madri”, due opere emotivamente agli antipodi che hanno come filo conduttore la figura materna con infante.


Una via di mezzo tra un film biografico e un documentario vero e proprio, Segantini, ritorno alla natura vi farà uscire dalla sala con la consapevolezza di aver scoperto un universo figurativo che merita sicuramente una maggior visibilità.

Sergio Raffaele di Barletta

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