mercoledì 11 gennaio 2017

SPLIT, recensione di un thriller "senza personalità"

C'era una volta M. Night Shyamalan... il regista di piccoli capolavori inquietanti come Il Sesto Senso e Unbreakable... ma ora dov'è?
Dopo insuccessi cocenti come After Earth e L'ultimo dominatore dell'aria Shyamalan sembrava voler ricominciare da capo con piccole produzioni dai toni sommessi, ma curate nei dettagli, come il minimale The Visit e poi... il regista ci casca di nuovo e realizza Split.

L'idea di mostrare un giovane attore di successo come James McAvoy interpretare ben 23 personaggi diversi, imprigionati in un unico corpo, è di per sé molto allettante. Peccato che le premesse si perdano per strada e di quella doppia dozzina di personaggi se ne percepiscano solo 6. E peccato che quei 6 personaggi siano tutto ciò che c'è nel film perché, anche se la storia è infarcita di sottotrame e falshback, nulla ci interessa di più che vedere James McAvoy cimentarsi in questa performance attoriale. Tutto il resto distrae da quell'unico aspetto, lo annacqua, lo alleggerisce, lo diluisce sino al punto di spegnerlo. E così Split esce dagli schemi del thriller claustrofobico ed entra nel dramma medico, nella denuncia sociale della violenza famigliare e affoga nel finale pseudo fantasy.

Shyamalan sembra voler aggiungere corpo all'idea di base di un thriller che lui ritiene scarna, ma che è scarna solo in apparenza, e invece ottiene l'effetto opposto. Invece che vedere un thriller in cui tre ragazze prigioniere in uno scantinato devono fare i conti con uno psicopatico dalle personalità multiple (ora nei panni di un maniaco dell'igiene, poi di una algida donna e poi di un bambino di nove anni), ci ritroviamo davanti a un film che non ha più una identità sua e, cosa peggiore, non ha più un briciolo di tensione.

Da vedere una volta sola. E' il classico film in cui tutto ciò che c'è da vedere è nei trailer.

Massimiliano Martini

Al cinema dal 26 gennaio.

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