lunedì 13 febbraio 2017

RESIDENT EVIL: THE FINAL CHAPTER - La recensione

La saga cinematografica di Resident Evil giunge al sesto e ultimo capitolo dopo una travagliata produzione.
Il primo tassello, uscito nel 2002, riuscì nell’intento di trasporre lo spirito della fortunata serie videoludica raggiungendo un discreto livello di suspense, e così anche Apocalypse, con un villain disumanizzato e mostruoso. Con Extinction, Afterlife e Retribution il livello qualitativo è sceso inesorabilmente.

L’intento di The Final Chapter è chiudere la partita, riportando la protagonista dove tutto è iniziato. Paul W.S. Anderson, creatore della saga, ricarica dall’ultimo salvataggio, ma il “file” ormai è talmente corrotto che il gioco si ripresenta ancor più “buggato”.

Un breve prologo riassume a grandi linee l’antefatto. Il mondo è una desolazione mutante senza fine. Mostri aberranti e creature infettate dal Virus-T, che ha decimato l’intera popolazione, si aggirano tra i morti in un deserto privo di suggestione. I pochi umani rimasti cercano di sopravvivere. Le inquadrature sono confusionarie: ingarbugliate sequenze action si susseguono in un montaggio concitato che non permette di percepire ciò che accade, mentre la definizione dei personaggi è solo abbozzata, rendendo difficile giustificare e comprendere le loro scelte.
L’ambientazione ricorda Mad Max, tra assalti a fortini inespugnabili e mezzi super corazzati, ma il tutto è immerso in un contesto privo di carattere, già visto e rivisto in chiave superiore (con la serie The Walking Dead c’è un abisso).


Alice (Milla Jovovich), furiosa combattente forgiata da terribili esperimenti effettuati dall’Umbrella Corporation (diabolica società che vuole preservare solo alcuni eletti per ripopolare il mondo a proprio piacimento), è ingaggiata dall’intelligenza artificiale Regina Rossa (prima glaciale e terrificante acerrima nemica, ora purtroppo umanizzata, non solo nell’aspetto) per essere vittima sacrificale in un mortale e noiosissimo gioco. Alice affronta orde di mostri, mutanti e zombie e attraversa stanze buie e piene d’insidie, insieme a un manipolo di coraggiosi pedoni che non si ha il tempo di conoscere e per i quali non si prova empatia, per giungere al cuore dell’Alveare e recuperare l’antivirus. Il dottor Isaacs (Iain Glen, talento british qui sprecatissimo), lo scienziato-villain che si credeva morto in Extinction, si ripresenta come principale antagonista, affiancando il monoespressivo Albert Wesker (Shawn Roberts); tuttavia l’escamotage per giustificare il suo ritorno (più volte) non convince. Un dimenticabile boss di fine partita in un’arena che non sorprende più. La protagonista alla fine si immola per la causa e scopre le sue origini, ma non basta per giustificare l’imbarazzo per aver assistito a un capitolo finale che affossa la saga, lasciando una grande delusione. E un gran mal di testa.

Voto: ✩½ (su 5)

Alessandro Pin

Al cinema dal 16 febbraio.

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