sabato 18 febbraio 2017

LOGAN - La recensione

Logan non è un cinecomic. O almeno non lo è nel senso in cui lo sono stati gli altri film sugli X-Men, su Wolverine e sui vari altri supereroi Marvel e DC Comics.


Che qualcosa di diverso e lo capiamo subito, dalle prime scene. E' il 2029 e il mondo è cambiato. Wolverine non è più un eroe, un mito, è solo un autista di Limousine che dorme nella sua auto, che zoppica, che fatica ad estrarre gli artigli. Le riprese indugiano su dettagli, è la stanchezza a dominare la scena, la sofferenza, la disperazione.


Gli X-Men non ci sono più, i mutanti sono ormai scomparsi. L'unico baluardo di un mondo diverso rimane lui, ormai piegato, malato. Quella di Logan è una vita di rimpianti, ripetitiva e anonima. Costruita così per proteggere sé stesso e, soprattutto, per proteggere un anziano e ancor più malato Charles Xavier. Il Professor X è tutto ciò che sembra una famiglia per Logan, ma la sua mente vacilla e i suoi poteri sono ormai fuori controllo.


In un panorama desolato, Logan conduce la sua vita desolata fino a quando una donna gli affida Laura, una bambina creata in laboratorio per essere il futuro dei mutanti, trasformata in arma grazie al genoma di Wolverine, ma sfuggita al controllo dei sui creatori aguzzini.
Laura è X-23, è la figlia che Logan non ha, è l'eredità che Wolverine può lasciare al mondo, se solo riuscirà a proteggerla.


Il film è una costante fuga, un tipico road-movie, un percorso fisico dal punto A al punto B, e anche un percorso di crescita del rapporto tra Logan e Laura. E' la costruzione di una famiglia dove una famiglia non c'è, dove la comunicazione tra i due mutanti esula dal verbo e si ritrova negli sguardi, nel combattimento con gli artigli, nei ringhi e nelle urla, nel dolore. Perché in Logan il dolore è presente sin dall'inizio, e non ci abbandona mai, fino all'ultima scena. C'è violenza, cruda e spietata, mostrata senza ostentazione, ma c'è anche commozione, in tanti gesti d'affetto che Logan riserva a Xavier, nelle parole che quest'ultimo offre a Logan e, alla fine, nel legame che unisce Logan e X-23.


James Mangold rischia e vince nel mettere in scena un film per nulla retorico, lontano dalle gesta eroiche che salvano il mondo, e calato nel essenza degli eroi che, per una volta, sono eroi solo per loro stessi. E centrando l'attenzione su Logan e sull'essenza del personaggio, chi ne esce elevato è anche l'attore, un Hugh Jackman che dà il meglio di sé soffrendo con il personaggio e dimostrando l'amore che nutre nei confronti di quel ruolo che gli ha regalato il successo.
Davvero notevole anche l'interpretazione di Patrick Stewart, l'unico "vero" Professor X, perfetto per mostrare uno Xavier perso nella vecchiaia.
E poi c'è Laura, la giovane Dafne Keen, che ha l'innocenza, la forza, la determinazione per conquistare il cuore dei fan di Wolverine, ed capace di essere ciò che Logan non riesce più ad essere.


Logan è un film che a pieno titolo merita di essere il capitolo conclusivo di una saga iniziata 17 anni fa. Un film che, pur proponendo un finale ben disposto all'apertura, fa sperare che non vengano realizzati altri film sugli X-Men e su Wolverine, perché va bene così, e nessun altro film potrebbe essere migliore di questo.

Da vedere e rivedere.

Massimiliano Martini

Al cinema dal 1 marzo.

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