giovedì 9 febbraio 2017

BARRIERE, semplicemente ottimo. Ecco la recensione

August Wilson, il più importante drammaturgo afroamericano, credeva fortemente che solo un afroamericano avrebbe potuto portare sul grande schermo il suo adattamento della pièce teatrale del 1983 Fences (letteralmente “recinzioni”), premiata con il Pulitzer e il Tony Award. Denzel Washington raccoglie la sfida e mette tutto sé stesso dietro e davanti alla macchina da presa.

Pittsburgh, 1957. Troy Maxon è un ex-giocatore di baseball della Negro League che ha superato i cinquanta e fa il netturbino; marito difficile e padre severo di due figli, avuti da donne diverse: Lyons (Russell Hornsby) che suona per passione, ma non si decide a trovare un lavoro, e Cory (Jovan Adepo) che aspira a diventare giocatore professionista e il cui unico ostacolo per la realizzazione del suo sogno, agli occhi del padre, è il colore della pelle. Le colpe dei padri non devono ricadere sui figli. Un monito fondamentale per la definizione del loro problematico rapporto.


Troy è un uomo rancoroso, sconfitto, deluso, depresso che non perde occasione di raccontare le sue dure esperienze ai figli e al migliore amico e compagno di lavoro Jim Bono (Stephen Henderson). Esige che i suoi arbusti (i due figli) crescano senza spezzarsi, li sferza di continuo, attraverso metafore sul baseball (unico linguaggio che conosce), per abituarli a un mondo che tutto prende e niente dona. Una società che annienta. Troy è un uomo tutto d’un pezzo che ha conosciuto il diavolo (il padre) da cui è stato profondamente condizionato. La moglie Rose (una strepitosa Viola Davis) vuole che il marito costruisca un recinto che delimiti il loro giardino, che contenga il cuore di Troy, affinché rimanga accanto a lei per sempre. Ma ciò non basta. La barriera che erige (allegoricamente la recinzione che deve costruire) tiene fuori tutti; Troy se ne rende conto troppo tardi, nonostante il consiglio dell’amico e la sofferenza della moglie con il volto segnato dalle lacrime, affranta, tradita, ma che rimane sempre devota alla famiglia. Gabriel (Mykelti Williamson, l’indimenticabile Bubba di Forrest Gump) è il fratello di Troy, un reduce di guerra che torna alla vita con una grave menomazione cerebrale e l’unico che riesce ad aprire le porte del Paradiso all’amato fratello. Gabriel ha conosciuto il vero male del mondo, ne è rimasto vittima e faticosamente cerca di sopravvivere.


La (quarta) barriera si infrange: Troy si rivolge direttamente allo spettatore per sfidarlo, per prenderlo violentemente a bastionate con la sua preziosa mazza da baseball appesa fuori in giardino (messa lì per impedirgli di dimenticare il suo doloroso retaggio). Furioso per aver perso troppo. Tutto. E la colpa è solo sua, poiché avrebbe dovuto seppellire l’egoismo in nome dell’amore per la sua famiglia che perde irrimediabilmente. Troy alla fine raccoglie e ricompone i pochi cocci rimasti della sua vita e attende la Morte, con la quale ha stretto un “patto”, invitandola a rimanere fuori dalla sua casa fino al momento propizio. Una sequenza che evince il dolore di una vita crudele e beffarda.


Un film sul razzismo, certo; ma non solo. Negli anni ’50, i neri sono vittime dei pregiudizi e della crudeltà dei bianchi, che vanno avanti, mentre i primi rimangono indietro. Ma il mondo sta cambiando. Il problema di Troy è essere nato troppo presto, in un’epoca che non accetta e che non lo accetta. Denzel Washington mostra tutto questo con una regia sobria e di stampo (fin troppo) teatrale, mentre gli splendidi dialoghi suggeriscono più di una riflessione. Più che la fede in Dio e nella famiglia, Barriere è la storia di una lotta intestina che definisce i personaggi e disvela la loro umanità, oltre il colore della pelle.
Alessandro Pin

Al cinema dal 23 febbraio.

LE NOTIZIE PIU' LETTE DELL'ULTIMO MESE