lunedì 20 febbraio 2017

T2 TRAINSPOTTING - La Recensione

Rent Boy (Ewan McGregor), che si faceva di pere di eroina e viveva nella dissolutezza dei sensi in un mondo nichilista e illusorio fatto di visioni architettate dalla droga, prende tutti i soldi ricavati dalla vendita di una partita di eroina e sceglie di abbracciare i tòpoi famigliari e lavorativi. Sceglie la vita. Così si conclude Trainspotting, il cult anni ’90 di cui Danny Boyle, vent’anni dopo, porta in scena il sequel.

T2 (tratto da Porno di Irvine Welsh) infrange il sogno (come spesso capita nei sequel). Renton, le cui motivazioni non sono del tutto chiare, torna all’ovile. A Edimburgo ritrova Spud (Ewen Bremner) e Sick Boy (Jonny Lee Miller) più o meno come li ha lasciati (abbandonati), ovvero sconfitti dalla vita, da lui che si è accaparrato tutta la torta, lasciando solo a Spud la sua fetta, all’insaputa degli altri.
La vita di Spud e Sick Boy è tutt’altro che dolce. Così come la vita dietro le sbarre dello psicopatico e violento Begbie (Robert Carlyle); il ruolo eccede nel macchiettismo, ma fa strappare più di un sorriso. Tragicomico.


Renton, Spud e Sick Boy si riavvicinano per tentare di combinare qualcosa nella vita: entrare nel business della pornografia. Nel frattempo Begbie evade di galera e quando incontra Renton gli dà la caccia per vendicarsi della truffa subita vent’anni prima.

John Hodge caratterizza bene i personaggi come in Trainspotting, ma qualcosa manca: l’inferno chimico che sprizza dai loro occhi iniettati di eroina. Per loro l’amicizia non dura per sempre e si ritrovano presto uno contro l’altro. Chi ha subìto il torto vuole che il debito (di vita) sia saldato, mentre chi il torto lo ha fatto fugge dalle minacce di morte; chi invece si ritrova nel mezzo cerca di sopravvivere come ha sempre fatto.


T2 è autocelebrativo: momenti di euforica, pazza, scatenata gioventù bruciata si sovrappongono all’amaro presente dei protagonisti. I quattro amici si confrontano coi loro fantasmi del passato e ne escono sconfitti. La giovinezza vince sulla maturità. La follia sconfigge la normalità. L’eccesso domina incontrastato nel regno del parco. L’esperienza entra in conflitto con l’ingenuità dei giovani che hanno tutta la vita davanti, tranne il povero Tommy della cui morte gli amici si assumono la colpa, così come della crudele morte del neonato.


È questo bisogno di spiegare quesiti retorici così brillantemente posti in Trainspotting a essere il punto di maggior debolezza di un seguito agrodolce. È interessante notare come i protagonisti vedono il mondo con occhi diversi: dacché in Trainspotting le montagne scozzesi erano immerse in un clima uggioso e umido, e le strade e i locali di Edimburgo erano bui e lerci e sudici, in T2 le vallate sono baciate dal sole raggiante; l’acqua fresca sgorga da una bottiglietta e disseta dopo una lunga e tonificante corsa; la città è luminosa e piena di vita e i bambini giocano nel parco. Ma Boyle non decolla più in trip registici da mozzare il fiato (giusto in qualche sequenza), non rispecchia la realtà di oggi, non mostra la crudezza di un mondo impietoso e crudele, ma ripulisce dalla “merda” gli scenari; non narra la tragedia di essere consapevoli in un mondo in cui è meglio (forse) essere inconsapevoli; “tradisce” la distruttiva coscienza secondo cui, una volta svuotato il corpo di droga, non si riesce a “nutrirlo” con altro.


Molto efficace in alcuni punti, meno in altri, T2 è una commedia nera che tutto sommato funziona, ma che si dimentica presto. Una nostalgica rimpatriata di ex amici (sicuramente più amati in passato, ma nonostante questo non detestabili nel presente) che si ritrovano a vivere in una società a loro non proprio congeniale, fatta di contatti social e poco umani, che Hodge liquida frettolosamente in uno dei monologhi affascinanti di Renton, che non raggiunge purtroppo il cuore come dovrebbe.

VOTO: 3/5 - DISCRETO

Alessandro Pin
 
Al cinema dal 23 febbraio.

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