venerdì 31 marzo 2017

GHOST IN THE SHELL - La recensione

Tradurre per il pubblico occidentale un caposaldo della cultura cyberpunk giapponese come Ghost in the shell è un compito che nasconde molte insidie. Rupert Sanders affronta l'impresa con coraggio (forse con incoscienza), decidendo di abbandonare uno degli aspetti più determinanti del franchise originale a favore della semplificazione narrativa, abbracciando quella grande fetta di pubblico che non ha voglia di pensare troppo quando si siede sulla poltrona di un cinema.


L'opera originale, il manga di Masamune Shirow del 1999 e i successivi due film animati di Mamoru Oshii del 1995 e del 2004, si focalizzava sul dilemma della natura dell'essere umano. Quanto rimane della coscienza di un essere vivente quando questo viene contaminato da innesti cibernetici sempre più invasivi? Quanto si può definire "vivo" un essere totalmente cibernetico ma dotato di cervello umano? Queste suggestioni, ben presenti nel manga e nelle anime originali, vengono riproposte in questo nuovo film solo visivamente, private di un approfondimento interiore, di misticità e del dilemma morale. Se il manga e l'anime non davano risposte, ma lasciavano al fruitore l'onere di trovare una soluzione, nel film di Rupert Sanders non vengono poste nemmeno le domande.

Siamo in una megalopoli del futuro, lo stile è quello cyberpunk, Blade Runner spinto all'estremo, la messa in scena è visivamente appagante (all'inizio... ma alla sesta inquadratura sempre uguale inizia ad annoiare).


Assistiamo alla creazione del Maggiore, essere ibrido, un cyborg con cervello umano. I richiami, perlopiù visivi, a Westworld e Robocop si sprecano.


Lei, perché il corpo è quello femminile di Scarlett Johansson, non sa quasi nulla del suo passato, è stata creata per combattere, è consapevole del suo essere "macchina" e subito viene arruolata nella Sezione 9, un corpo scelto che si occupa di affrontare crimini informatici, in mano alla filogovernativa Hanka Robotics.
La ritroviamo un anno dopo quando, grazie ad azioni di hacking cerebrale, un minaccioso pirata informatico di nome Kuze (Michael Pitt) sta eliminando tutti i più alti papaveri dell'Hanka. Ed è proprio di questi crimini che si occupa la squadra del Maggiore.


Le indagini prendono subito una svolta personale, e noi ci troviamo davanti a una sorta di origin story, in cui il Maggiore (e lo spettatore) ripercorre brandelli del suo passato da essere umano, fino ad arrivare al simbolico disvelamento del suo vero nome.

Il film assume a tratti i toni di un noir, di un action-movie, senza mai concedersi attimi di alleggerimento o stemperamenti da comedy. L'intento è quello di fare fantascienza in modo adulto, serio. Ma il risultato è un prodotto senza tensione, in cui ogni elemento narrativo viene spiegato e il rischio di ricadere nella noia incombe pesantemente.
In tutto questo, nemmeno la musica viene in nostro soccorso. Accompagnano il film tracce monocorde sintetizzate, pallide eco delle musiche allucinate di Blade Runner. Soporifero.

Si ha l'impressione che, a parte il ricco character e set design, ci sia stato un grande spreco di risorse umane. Scarlett Johansson, ormai intrappolata in ruoli ipercinetici ma dalla scarsa espressività, non riesce ad emozionare. Juliette Binoche, nei panni della dottoressa Ouélet , creatrice e madre putativa
del Maggiore, non propone più di una espressione. Si salva in parte Pilou Asbæk nel ruolo di Batou (il fedele compagno di squadra del Maggiore) che ha il pregio di essere il più "leggero" tra i personaggi, una ventata d'aria fresca tra i tanti sbadigli durante la proiezione.


Pregevole anche Takeshi Kitano (nei panni di Aramaki, il capo della Sezione 9), piacevolmente giapponese, statuario nonostante l'età, che recita in giapponese sottotitolato. Ed è proprio questa minuta esibizione della lingua originale, che mostra più di ogni altra cosa il limite di un film che propone una mitologia moderna giapponese a un pubblico occidentale, e relega ciò che è davvero giapponese a mero sottotitolo.

Da dimenticare.

Massimiliano Martini

Al cinema dal 30 marzo.

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