mercoledì 1 marzo 2017

IL DIRITTO DI CONTARE - La recensione

Perfettamente inserito nel panorama di quei film che fanno dell'integrazione razziale la loro bandiera, Il diritto di contare si fa strada in punta di piedi, senza cercare toni forti, senza mettere in scena repressioni violente o drammi di colore. Ad essere al centro dell'attenzione non è la tinta della pelle delle tre interpreti, ma il loro genio, la loro determinazione, il loro sogno, anch'esso americano, di avere un posto nella società adeguato alle loro capacità. Che sono capacità notevoli per qualunque essere umano.


Siamo negli States, primi anni '60. Il processo di integrazione sociale dei neri è già ampiamente avviato ma le disparità ancora si sentono. Katherine (Taraji P. Henson), Dorothy (Octavia Spencer) e Mary Jackson (Janelle Monae), sono tre donne di colore che lavorano alla NASA.


Katherine Johnson ha un dono innato per la matematica e per i calcoli, Dorothy Vaughan è una leader nata e ha il raro dono di sapersi adattare ai cambiamenti, Mary Jackson è la più ribelle del gruppo ed è disposta a qualunque sforzo pur di raggiungere i più alti obbiettivi di carriera. Eppure, in quanto donne e nere, le loro mansioni rimangono marginali.
Le tre donne lavorano, pranzano e usano i servizi igienici in ambienti separati, lontane dai colleghi bianchi, ma tutto questo diventa sempre meno determinante man mano che il loro genio viene riconosciuto e progressivamente diventa essenziale per far vincere agli Stati Uniti la Corsa allo Spazio con l'Unione Sovietica.


Se il tema dell'integrazione razziale è ben presente ma poco pressante, è invece particolarmente interessante scoprire un aspetto della storia dell'esplorazione spaziale rimasto oscuro ai più. Viviamo così i momenti concitati che hanno accompagnato la spedizione in orbita dell’astronauta John Glenn, un obbiettivo importante che non solo riportò fiducia nella nazione, ma che ribaltò la corsa allo spazio, galvanizzando il mondo intero.

Di seguito il trailer italiano.



Il film si regge tutto sulle tre protagoniste e sulle loro capacità attoriali. La storia permette poche divagazioni e pochi guizzi, ma le tre attrici riescono a intrattenere, a emozionare a far trattenere il fiato anche con pochi misurati gesti.


A loro si affianca un'algida Kirsten Dunst, nei panni della bianca Supervisore Mitchell, che cerca di scendere a patti col proprio senso di colpa. E' lei a sostenere il messaggio intrinseco del film, quella necessità di superare i pregiudizi di colore così da permettere a tutti di dimostrare ciò che valgono.



Emblematico lo scambio di battute tra lei e Dorothy dopo che la donna di colore ha finalmente raggiunto un ruolo pari al suo. La Mitchell afferma di non provare disprezzo nei confronti delle donne di colore e Dorothy le risponde "Sono sicura che lei crede davvero a ciò che sta dicendo". Il germe dell'eguaglianza è instillato, ma i tempi non sono ancora maturi.

Deus-ex-machina Kevin Costner nei panni di un risoluto e pragmatico Al Harrison, Capo Dipartimento illuminato, che sa vedere oltre il colore della pelle. Un personaggio da cinema, comunque realmente esistito, troppo perfetto per essere vero.


Nota dolente la partecipazione di Jim Parsons, nei panni di un fisico di grande responsabilità, brutta copia del suo Sheldon in The Big Bang Theory. Il parallelismo tra i due personaggi è talmente esplicito da risultare fuori luogo.

Il diritto di contare è un film piacevole (non un vero film di denuncia), che convince perché sa intrattenere senza annoiare, toccando, a volte, dei blandi aspetti della commedia.

Da rivedere.

Massimiliano Martini

Al cinema dall'8 marzo.

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