venerdì 3 marzo 2017

KONG: SKULL ISLAND - La recensione

Preparate popcorn, tanti popcorn, e bibitone, perché Kong: Skull Island è il classico film da gustare in leggerezza, in una sala cinematografica affollata e rumorosa, tra risate, sussulti e commenti a voce alta.
Kong: Skull Island è un dannatissimo B-movie, ma il B-movie all'ennesima potenza, quello fatto con tanti soldi e tanto compiacimento.


Tutto inizia con un prologo di grande impatto ed efficacia. Siamo nel 1944 (Seconda Guerra Mondiale) e due piloti di caccia avversari precipitano su un'isola sconosciuta nel sud del Pacifico. Ad attenderli c'è Kong, grande, colossale, subito in mostra sullo schermo. Il film non fa misteri e gioca subito le sue carte migliori.


Ci spostiamo nel 1973, il mondo è cambiato. La guerra in Vietnam sta finendo e alcuni uomini del progetto Monarch (un'agenzia governativa che indaga su creature sconosciute e mostruose) ottiene di poter mettere in piedi una spedizione nella misteriosa Isola del Teschio. Viene costituita una squadra molto eterogenea, composta da scienziati, militari, un avventuriero navigato (Tom Hiddleston) e una giornalista d'assalto (Brie Larson) e la spedizione ha inizio.


L'arrivo sull'isola è catastrofico e ogni tentativo di esplorazione e studio del posto viene sacrificato a una costante fuga da parte dei superstiti verso la zona dove verranno raccolti e portati in salvo.
In tutto questo trionfa Kong, protettore dell'Isola del Teschio, perennemente in lotta contro i pericoli che la minacciano, siano essi visitatori umani, enormi piovre o terribili mostri provenienti dal sottosuolo.


Il grande punto di forza di Kong: Skull Island è quello di non avere pretese di approfondimento. Non cerca la trama a più livelli di lettura, non prova nemmeno a dare spessore ai personaggi umani e le loro motivazioni. Ogni elemeto è uno stereotipo monodimensionale. C'è il colonnello dei Marine interpretato da Samuel L. Jackson, un militare orgoglioso e fiero che pensa solo a vendicare i suoi uomini caduti. C'è la fotografa con istinti pacifisti, che finirà tra le mani di Kong, ma essendo pacifista verrà risparmiata. C'è l'avventuriero che sa muoversi in ogni situazione scomoda, e ci sono gli scienziati promotori della spedizione che, ovviamente, hanno un doppio fine. Ma non sapremo mai nulla di più di loro.


C'è poi tana retorica e tanto citazionismo. Kong: Skull Island è totalmente calato nell'estetica e nelle sonorità musicali degli anni '70. Pesca a piene mani da Apocalypse Now, cita Platoon e Jurassic Park, forse anche Mad Max: Fury Road e Avatar, ma rende ogni citazione iperbolica, saturando i colori e dando a tutte le scene un look altamente fumettistico, sia per il taglio delle inquadrature che per i testi da nuvoletta.


Il film si compiace di sé stesso e di come appare, indulge sui panorami, mette al centro della narrazione l'estetica, cerca le scene memorabili, smitizza gli eroi ed esalta sempre e solo Kong. Immenso e sproporzionato, forse il più grande Kong mai visto sullo schermo (e ci dicono anche che è un giovincello e che deve ancora crescere), il Re dell'isola è più umanizzato che mai; è lui il vero interprete del film.


La cosa più incredibile è che questa povertà di contenuti. a fronte di una ricchezza di immagini, funziona egregiamente. Il regista Jordan Vogt-Roberts riesce a far amare un film che non contiene nulla e che si potrebbe tranquillamente ridurre a un enorme teaser trailer del capitolo successivo del MonsterVerse. Sì, perché lo scopo è chiaramente quello di mostrare Kong, di metterlo sul piatto e lasciarlo pronto a incontrare altri e più colossali mostri in altre ore di puro e spensierato intrattenimento.
E dopo i titoli di coda una lunga scena aggiuntiva ci prepara a quello che verrà.

Da rivedere con ancora più popcorn!

Massimiliano Martini

Al cinema dal 9 marzo.

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