domenica 7 maggio 2017

ALIEN: COVENANT - La recensione

Alien: Covenant rievoca le atmosfere buie e sinistre di Alien e Prometheus (ma senza l’eleganza del primo), le dinamiche post-sbarco di Aliens e Mondo Perduto e i claustrofobici compartimenti stagni di Alien³. Il risultato, purtroppo, è una carrellata di situazioni déjà vu e dialoghi non all’altezza dei precursori. Ridley Scott presenta un altro nutrito gruppo di spaziali che, dopo un grave incidente, deviano dalla loro missione (la colonizzazione di un pianeta molto lontano) per scoprire l’origine di una trasmissione sconosciuta (su un pianeta molto più vicino). L’impazienza e la scarsa esperienza li conducono a quella che potrebbe essere la loro nuova dimora, un pianeta adatto alla vita, ma completamente disabitato. Tra la folta e tetra vegetazione si nascondono i resti (recenti) di un’antica civiltà e germogli di flagelli alieni distruttivi che, una volta sbocciati dal petto, dalla schiena e dalla bocca delle infauste e ignare vittime, crescono e si evolvono nel mostro che tutti conosciamo.


Il patto che Ridley Scott stringe con lo spettatore è molto semplice: rappresenta tre atti, ognuno dei quali ricalca le pellicole della storica trilogia (poi diventata disastrosamente quadrilogia) e mostra finalmente lo xenomorfo originale e non una sua sbiadita o semplicemente e mostruosamente ingigantita variante come in Prometheus. Anche la musica di Jed Kurzel ripercorre le note di Jerry Goldsmith (Alien) e Marc Streitenfeld (Prometheus). Uno dopo l’altro i membri dell’equipaggio cadono vittime dei feroci attacchi dello xenomorfo; perdite che toccano poco il cuore, poiché non si ha il tempo di conoscere i personaggi e provare così empatia. Katherine Waterston è una insipida protagonista che fa rimpiangere Naomi Rapace (la cui sorte è fin troppo crudele), entrambe comunque lontane anni luce dalla mitica Sigourney Weaver. Billy Crudup è il capitano più ingenuo mai visto, Danny McBride, Demián Bichir e Carmen Ejogo (gli altri sono davvero dimenticabili) compongono un cast per nulla caratterizzato, se non per il cameo di James Franco, utile per conoscere il background della protagonista.


La dottoressa Shaw alla fine della precedente pellicola recitava: “sto ancora cercando”, chiaro monito che lasciava lo spettatore con la speranza di trovare risposta ai quesiti esistenziali posti in Prometheus, scritto a quattro mani da Jon Spaihts e Damon Lindelof; ebbene, Ridley Scott e i nuovi sceneggiatori John Logan e Dane Harper, con una storia poco originale di Jack Paglen e Michael Green, non ereditano i temi di Prometheus: la Creazione (di forme di vita) e la Fede (in esseri superiori). I quesiti sugli Ingegneri non ricevono così spiegazione, anzi, gli sceneggiatori trascinano il loro pianeta natale in un flagellante epilogo per mano di un dio sintetico venuto dallo spazio. Poetico e intenso, senza dubbio, ma non basta.



Alien: Covenant inizia in modo asettico, pulito, quasi magistrale, con un breve flashback sul passato di David, l’androide, unico sopravvissuto con la dottoressa Shaw in Prometheus. Il cameo di Guy Pearce che torna a interpretare Peter Wayland, il magnate avido di scoprire i segreti della vita e della morte, è funzionale ai fini della definizione dell’androide; è proprio su David, il compostissimo Michael Fassbender, che Ridley Scott pone il focus.

Dove non c’è David c’è Walter (nuovo modello di androide), suo fratello gemello e controparte dell’equipaggio del coloniale Covenant. I due androidi si incontrano sul pianeta degli Ingegneri, il primo diligente e fedele verso il gruppo e la missione, il secondo scienziato pazzo che si diletta nuovo Prometeo e Dr. Frankenstein. È l’incontro tra l’ingenuo Walter, creato dall’essere umano imperfetto, e David, angelo caduto su un pianeta che trasforma in un inferno, a toccare il cuore (come l’incontro tra Data e Lore in Star Trek: The Next Generation). Entrambi sono l’uno e l’altro contemporaneamente.


Un tema talmente radicato nell’iconografia fantascientifica dei robot (Asimov docet) che Ridley Scott non si prende neanche il disturbo di disvelare il trucco finale, poiché scontato. David è un dio tra i mostri in un luogo dannato, ove le perfette aberrazioni che vedono la luce tendono le braccia verso chi ha soffiato in loro la vita. E (forse) basta questo per non dimenticarsi completamente di Alien: Covenant.

Alessandro Pin

Al cinema dall'11 maggio.

LE NOTIZIE PIU' LETTE DELL'ULTIMO MESE