mercoledì 10 maggio 2017

KING ARTHUR: IL POTERE DELLA SPADA - La recensione

Il mito di Re Artù e della spada nella roccia è immortale. Nel 1981, Excalibur di John Boorman, perfetta rappresentazione carica di simbolismi de Le Morte d’Arthur di Thomas Malory, ha lasciato un segno profondo nella cinematografia di genere; nel 2004, Antoine Fuqua immerge la leggenda in un bellico sfondo storico. Due esempi significativi, tra le innumerevoli trasposizioni, dai quali Guy Ritchie prende largamente le distanze.




Il regista di Sherlock Holmes dà a King Arthur – Il potere della spada un taglio “alla Zach Snyder”, omaggiando 300, e strizza l’occhio alle avventure di Robin Hood. Qui, Artù è un ragazzone tutto muscoli assolutamente poco credibile; Guy Ritchie inquadra meno il volto e più il fisico scultoreo di Charlie Hunnam. Il tatuaggio da motociclista dei Sons of Anarchy ormai è indelebile così come la spacconeria e l’irriverenza che caratterizzano, purtroppo, il personaggio di Artù. Tutto fuorché regale. La storia inizia con la morte della madre e del padre Uther Pendragon (Eric Bana) per mano di un demoniaco essere infuocato al termine dell’ultima battaglia tra Uomini e Maghi. L’incipit risente fortemente de Il Signore degli Anelli, ma senza la cura visiva e scenica di Peter Jackson; tra battaglie con pseudo-olifanti, pipistrelli e serpenti giganti sembra di essere sì in un mondo fantasy, ma poco ispirato e lontano dall’incanto di Avalon e il regno di Camelot. Anche la torre oscura non
manca e la magia è più un superpotere che qualcosa di misterioso e ultraterreno.


Sembra di essere in un videogioco, di quelli neanche riusciti troppo bene. Excalibur è semplicemente un artefatto di incredibile potere, donato dalla Dama del Lago alla famiglia Pendragon senza una precisa motivazione. Tutti gli elementi sono fortemente sbilanciati. Le sequenze d’azione sono esagerate, mentre quelle che servono alla spiegazione di astrusi “giochi di camera”, che dovrebbero rappresentare la parte pseudo-comica e approfondire il background dei personaggi, se funzionano in Sherlock Holmes qui sono fastidiose.


Jude Law è Vortigern, spietato antagonista di shakesperiana memoria alla continua ricerca di maggior potere. La recitazione ricorda troppo The Young Pope e la definizione del personaggio è completamente trascurata. Un re che sacrifica la propria famiglia per controllare potenti e oscure forze magiche che ha inspiegabilmente perso, arrivando a stringere un patto con mostruose creature. Scontato. Nel cast di supporto spiccano Aidan ‘Ditocorto’ Gillen e Djimon Hounsou, mentre Michael ‘Beorn’ Presbrand è un inusuale vichingo. Al posto di Merlino, il mentore di Artù, c’è una maga (Astrid Bergès-Frisbey) che invia il protagonista in luoghi tetri e selvaggi (una veloce carrellata di fotogrammi che non trasmette alcuna emozione) per poter controllare il potere della spada prima dello scontro finale con Vortigern; una sequenza realizzata completamente in computer grafica. Di insipida fattura. King Arthur – Il potere della spada è un viaggio arido in terre perennemente oscure ove la trama, senza alcun slancio, sprofonda in abissi lividi. Freddi. Inospitali. Sia per i personaggi sia per lo spettatore.

Alessandro Pin

Al cinema dal 10 maggio.

LE NOTIZIE PIU' LETTE DELL'ULTIMO MESE